Un ricordo di Tina Anselmi. di Annalisa Diaz

Mi sono commossa nell’apprendere della scomparsa di Tina Anselmi. Ho avuto la fortuna di conoscerla e ho richiamato alla memoria i 5  anni che ho lavorato con lei nella Commissione Lavoro della Camera dei deputati. Ho avuto il privilegio di confrontarmi con una donna speciale con cui è stato possibile ripercorrere anche i momenti significativi della nostra vita, così differenti ma in parte simili a partire dalla nostra storia familiare e politica.

Gabriella, questo il suo  nome come staffetta partigiana, parlava di quella scelta, dopo aver assistito all’impiccagione di 31 partigiani, come il suo “piccolo” contributo alla battaglia contro il nazifascismo

Non sopportava i soprusi e le ingiustizie e  non a caso quando fu nominata Ministra della salute col suo impegno contribuì  alla istituzione del Servizio sanitario nazionale. Non accettava che tante persone, per la loro indigenza,  non potessero accedere alle cure mediche.

Contro la discriminazione delle donne lavoratrici, come Ministra del lavoro fece approvare la legge di parità  e successivamente lavorò in Commissione lavoro per le pari opportunità. Le donne erano per lei importanti.

Non era una femminista,io si, ma scoprimmo che avevamo letture comuni e perciò quando al gruppo Virginia Wolf, che frequentavo a Roma, si decise di dedicare una serata a Simon Weil con Angela Putino, filosofa napoletana, ci ricordammo che l’Anselmi era una studiosa del pensiero della weil  Mi fu dato l’incarico di invitarla e lei accettò molto volentieri. Fu un bel confronto di idee. Tina si fermò a cena con noi, in un “covo femminista” dove fu felice di conoscere tante donne.

L’Anselmi era una democristiana particolare e questo fu il motivo per cui Nilde Jotti  fece di tutto perché accettasse di presiedere la Commissione P2. Di lei ci si poteva fidare.

Sono d’accordo con Luciana Castellina che la chiamata una compagna “se a questa parola si dà il significato dovuto,  non la comune appartenenza ad una organizzazione, ma a un comune sentire”.

Annalisa Diaz

“L’amore della verità è sempre accompagnato da umiltà” di Nora Racugno

L’amore della verità è sempre accompagnato da umiltà  (Simone Weil)

di Nora Racugno  (dal dibattito “Fine vita” – Cagliari, 13.5.2016)

Fine vita. Una importante occasione di riflessione e dibattito.Vi ringrazio moltissimo per avermi invitata, prima di tutto perché ogni occasione di incontro con voi mi ha lasciato la bella sensazione che qui ci si ascolta, e poi perché il tema di questa tavola rotonda mi riguarda profondamente.

Ho apprezzato la locandina di questa serata ( Fine vita. Un dibattito), perché manca l’articolo! Certe persone usano il maschile (il fine vita), altre il femminile (la fine vita): è ovvio che siano due cose molto diverse!

Io mi propongo di sostenere che, invece, i due articoli debbano sempre accompagnarsi a vicenda, affinché il problema venga considerato in tutta la sua complessità e delicatezza.

Lo sosterrò ponendovi tre questioni per me fondamentali.

Prima questione

La filosofia occidentale, dalle origini a oggi, riflette sulla morte, sul dolore e i suoi insegnamenti. Per fare un esempio, penso a due grandi autori: Agostino, che dichiara di riconoscere l’autorità di “maestro” soltanto al dolore; Hegel, per il quale il “negativo” muove la realtà, la storia, la vita individuale, e che perciò va guardato, compreso, affrontato con coraggio, affinché esso sveli la sua “magica forza”.

La dignità umana è data dalla possibilità di scegliere e, prima ancora, di forgiare e modificare le condizioni che favoriscano la propria scelta. La libertà è sempre il criterio di riferimento anche quando la scelta appare impossibile, quando sembra che le condizioni non si lascino cambiare. In questo caso parliamo di libertà nella necessità: bisogna fare posto alla realtà, accettare l’ordine delle cose, farsene una ragione, ma lavorare su di sé…

Si ha l’impressione di una forza malvagia nelle cose quando queste sono per noi un ostacolo invincibile. …: la leva è un mezzo per dividere un peso senza dividere l’oggetto. La pietra perde allora ogni malvagità; non c’è peso che possa opporsi a qualsivoglia forza; basta sempre stabilire un rapporto tra la nostra forza di 50 Kg, ad esempio, e un peso di 300 Kg. “Datemi un punto d’appoggio, e solleverò il mondo”.

Questa idea sopprime ogni forza malvagia nel mondo. Tra la nostra forza e ogni forza antagonista c’è sempre un rapporto tale da consentirci di agire, di lasciare il nostro marchio nel mondo, qualunque sia la sproporzione.(1)

Nel tempo molte persone, uomini e donne, hanno lasciato il loro marchio nel mondo scegliendo la morte a una vita senza senso, qualora la vita fosse in contrasto con i propri valori e la propria coscienza. Penso a Socrate (avvelenato nel 399 a. C.), a Giordano Bruno (arso vivo nel 1600), a Etty Hillesum (uccisa a Auschwitz nel 1943). Il loro gesto appare nobile e perfino lecito! E’ nobile e lecito perché si è davanti a un aut-aut stabilito da un sedicente giudice esterno? O lo è soltanto quando la morte viene inflitta nella forma dell’uccisione?

Costruisco la mia libertà per dare un senso alla mia vita: perché tutto questo non è valido per dare un senso alla mia morte?

Seconda questione

La fine è importante affinché il fine sia salvo!

L’esperienza ci insegna che anche nella storia di una relazione la fine è il momento più delicato: lì è in gioco il valore dell’intera storia. E, più in generale, la conclusione di un processo dà senso al suo inizio, svela il suo significato e la sua eventuale fondatezza.

E’ necessario che la morte di una persona rispetti la sua vita, che la fine non condensi e trascini il tempo vissuto in una dimensione solo quantitativa: penso alla pretesa di dilatare il termine della propria vita, prolungandola verso un futuro senza qualità.

Molte filosofie invitano a cercare la qualità del vivere calandosi nel presente, nel hic et nunc, e a considerare il presente come vera e unica realtà: investire le proprie migliori energie nel qui e ora, nell’attimo e nella situazione presente affinché la vita sia bella, affinché il proprio passaggio nel mondo lasci un segno positivo di qualità.

Vivere per la morte (Heidegger): vivere questo attimo come se fosse l’ultimo, come se dopo questo attimo non ci sia più niente.

L’essenza di chi si è può cominciare solo quando la vita se ne va. (2)

Sarebbe giusto lasciare la propria storia al mondo, il quale possa interpretarla senza il condizionamento e il peso di una fine non voluta.

Terza questione

Dall’epoca moderna si discute intorno alla natura del corpo umano, definito da alcuni autori una macchina: una somma di parti collegate dal nesso causale, dall’ordine del prima e del poi, perciò scomponibile, conoscibile in tutti i suoi aspetti e controllabile rispettandone la concatenazione.

Altre filosofie sostengono che il corpo è un organismo, un sistema complesso di parti, un insieme di relazioni e funzioni tenuto da … che cosa?

Anticamente si parlava di “anemos”: il vento, il soffio vitale che “anima” la materia e che si dissolve con la morte del corpo; in tutti i tempi è stata posta invece l’esistenza di una sostanza immateriale, eterna e perciò immortale (l’anima, oggetto di fede), che sopravvive al corpo e gli assegna valore.

Per me, le parti che compongono il corpo umano sono tenute insieme dal mistero, da qualcosa che io non sono in grado di definire ma che chiamo “trascendenza”.

Trattare un organismo come se fosse una macchina è uccidere il suo mistero, perciò la trascendenza che lì si nasconde.

Riprendo il titolo del mio intervento: l’umiltà è la coscienza del proprio limite.

E’ necessario stabilire un limite che sia un criterio di azione, e io lo trovo nel rispetto, in una presa di distanza che impedisca di impadronirsi di quel corpo.

L’Amore e la Vita, con l’iniziale maiuscola, fanno parte di un repertorio di parole assassine in nome delle quali, per Simone Weil, si fanno le guerre. In verità sono parole vuote, astrazioni da interrogare sempre, ogni volta che si rischia di superare il limite, di offendere (in nome della Vita) questa singola vita, l’unica reale.

Vi è soltanto un problema filosofico veramente serio, quello della morte volontaria. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. (3)

Io … posso rispondere solo per me.

Nora Racugno

Note

1) S. Weil, Lezioni di filosofia, Milano, Adelphi, 1999, p. 69

2) Hannah Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 1994, p. 141

3) Albert Camus, Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 1980, p. 7

(Ho liberamente sostituito la parola “suicidio” con “morte volontaria”)

“Charlotte e le sue sorelle” di Nora Racugno

Charlotte e le sue sorelle di Nora Racugno

Se le mie sorelle fossero ancora vive rideremmo insieme di una recensione simile; ma esse riposano, non si desteranno più per me, e io sono una stupida a farmi così inquietare da ciò che non vale la pena di fermarsi ad ascoltare.

Tra il 24 settembre del 1848 e il 28 maggio del 1849 Charlotte visse la morte di Emily e di Anne (oltre che del fratello Branwell), entrambe più giovani di lei che morì nel 1855, all’età di 39 anni.

È sorprendente che una casa parrocchiale sperduta nella brughiera irlandese, a ridosso del cimitero di un borgo di 4.600 abitanti, possa trasformarsi in un laboratorio letterario, e che tre giovani donne, fisicamente lontane dalla città e dai luoghi della cultura riconosciuta, abbiano saputo raccontare storie indimenticabili, solo in apparenza avulse dalla loro personale realtà.

Ma in quella casa si disponeva di libri, di una educazione religiosa e di una istruzione essenziale; le condizioni economiche erano appena sufficienti, ma si potevano leggere le riviste e i libri offerti dalle biblioteche itineranti.

Se le mie sorelle fossero ancora vive rideremmo insieme…

È forse un miracolo che, nel breve tempo delle loro vite isolate nella natura, le tre sorelle abbiano pubblicato sei grandi romanzi, poesie e numerose recensioni di opere altrui. I personaggi da loro inventati sono donne che scoprono il mondo, si avventurano con coraggio in sentieri non segnati, si misurano con gli ostacoli più insormontabili, cercano una propria maniera di esistere oltre i confini e i ruoli imposti…da un padre, da una Chiesa, dalla Storia.

Qualunque sia ora la sorte del romanzo, l’essere impegnata nello scriverlo è stato un dono per me. Mi ha trasportata da una realtà oscura e desolata a una sfera irreale ma più felice.

Emily e Anne morirono mentre Charlotte scriveva Shirley: ormai sola, si occuperà di curare le opere delle sue sorelle e ripubblicarle finalmente con il loro nome, oltre a comporre Villette, il suo ultimo romanzo.

Non riesco a scrivere libri basati sull’argomento del giorno, non serve che io provi a farlo. Non riesco nemmeno a scrivere un libro con uno scopo morale. O a seguire un’impostazione filantropica, sebbene io onori la filantropia;(…) temo che dovranno accontentarsi di ciò che viene loro offerto: la mia tavolozza non mi consente di usare tinte più squillanti; se dovessi tentare di incupire i rossi o di brunire i gialli, non potrei che combinare un pasticcio.

Scrivere non è rispettare un programma, e nemmeno rispondere a una richiesta esterna; non è soltanto desiderare di farlo, e neppure volerlo a tutti i costi.

La condizione per scrivere è un bisogno dell’anima, affonda le sue radici nel profondo, risale pian piano e diventa impellente, costringe la mano a impugnare la penna e a… scrivere, perché non esistono alternative.

E le parole cadono sul foglio e non possono essere modificate né sostituite, perché sarebbe tradire sé e la propria indiscutibile verità. Quando il romanzo è concluso, e raggiunge chi può leggerlo, non appartiene più a chi l’ha scritto: i giudizi negativi possono dispiacere, quelli positivi confortano ma ciò che importa è che qualcuna, o qualcuno, certamente si riconoscerà in quelle parole, si sentirà parte di quella storia e, in segreto, riceverà la forza che viene dal sapere di non essere più sola.

Celebrare il bicentenario della nascita di Charlotte Brontë è, per me, immaginare le tre sorelle mentre scrivono, ognuna con sé ma contando sulle altre, mentre si osservano, si aiutano, si sorridono perché è scrivere che conta.

Le citazioni sono tratte da Charlotte Brontë, Ho tentato tre inizi. Lettere 1847 -1853, L’Iguana ed., 2015, pp. 247, 221, 329-331.

Aprile 2016

“La violenza della didattica” di Nora Racugno

[Nota: Il testo è la trascrizione di un intervento al seminario “Tre passi nella violenza”, promosso dalla Biblioteca Universitaria di Cagliari, dalla Rivista online SardegnaSopratutto, dall’Istituto Gramsci della Sardegna, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’iniziativa si è svolta il 28 novembre 2015, presso la Sala Settecentesca della Biblioteca Universitaria di Cagliari.]

La didattica tradizionale, soprattutto se utilizzata nell’inconsapevolezza, può condizionare pesantemente il processo formativo lasciando segni incurabili.

Le cause di tali danni possono essere riassunte nel seguente schema, il quale presenta i limiti di ogni sintesi che non tiene conto delle eccezioni:

– Le/gli studenti sono solo teste: il loro corpo, con il linguaggio che ogni corpo possiede, viene solitamente trascurato; l’insegnante ha perfino la pretesa che il corpo sia un dato irrilevante e che nel tempo della scuola se ne possa prescindere. Nemmeno egli/ella tiene conto del proprio, dimenticando quanto da giovane osservasse, giudicasse, interpretasse l’aspetto fisico dell’insegnante!

– Le/gli studenti sono uguali: in nome di un astratto ideale di uguaglianza, uomini e donne, culture ed estrazioni sociali diverse, esperienze e storie a volte distanti l’una dalle altre, si appiattiscono e perdono le loro singolari qualità. Il linguaggio universale, di marca maschile anche se usato con l’intenzione della sua neutralità, elimina le differenze e pertanto nega la realtà stessa.

– Raramente si lascia spazio alla presa individuale della parola e al ragionamento libero: l’insegnante è solito/a prestabilire i tempi e le modalità della partecipazione, che viene favorita e apprezzata se non disturba il normale svolgimento della lezione, e se conferma l’obiettivo più o meno esplicito del lavoro.

– Si privilegia la quantità: l’urgenza del programma, stabilito forse con criteri estranei alla situazione reale in cui si opera, costringe alla fretta; curare la qualità comporterebbe un impiego del tempo e delle energie che spesso viene confuso con lo spreco e la dispersione.

– Nel lavoro delle singole discipline si applicano modelli e linguaggi estranei, lontani dall’esperienza e dalle realtà in cui le nuove generazioni vivono e crescono: quella estraneità è uno dei motivi che generano il senso di inadeguatezza e la fatica dell’apprendimento.

– In luogo del colloquio diretto, lo strumento di verifica ormai più diffuso è il questionario: per quanto se ne offrano varie tipologie, in esso i quesiti vengono solitamente costruiti sul presupposto che il vero si distingua dal falso, e che pertanto non vi sia spazio per il dubbio.

– Il giudizio dell’insegnante si esprime attraverso il voto, un sistema di valutazione che privilegia il risultato di un processo invece del percorso compiuto. Il riferimento della/dello studente è l’insegnante, a cui rendere conto esclusivamente: le relazioni all’interno della classe muoiono perché si trasformano, più o meno velatamente, in una competizione nella quale vince “il più forte” (altrimenti detto “il più bravo”).

Ma la scuola va osservata tenendo conto di un contesto sociale e politico più grande, dal quale essa stessa riceve una violenza spesso mascherata:

– E’ in atto un processo di precarizzazione generalizzato, diverso dalla precarietà temporanea tipica di ogni percorso professionale: la precarizzazione del lavoro è ora una condizione esistenziale, che viene risparmiata soltanto a un esiguo numero di privilegiati.

– Si nega il diritto/dovere dell’aggiornamento: l’insegnante consuma dentro la scuola una quantità straordinaria di tempo in attività spesso estranee alle sue autentiche competenze. La cura della propria professionalità richiederebbe risorse e possibilità di movimento, che l’attuale ordinamento scolastico non riconosce come valore.

– Il trattamento pensionistico non tiene ormai in conto alcuno la delicatezza e la complessità del lavoro scolastico: l’insegnante che fosse giunta/o al limite delle sue forze vitali non riceve il rispetto dovuto, ed è costretta/o a lavorare in assenza delle motivazioni necessarie.

– Il preside, in genere professionalmente capace di sostenere la sua scuola e chi la abita, è stato sostituito dal dirigente il quale, non necessariamente adatto a svolgere questo compito, dispone di uno straordinario potere:
a) nomina gli/le insegnanti supplenti
b) assegna i ruoli funzionali all’organizzazione del suo istituto
c) valuta, entrando nel merito della professionalità docente
d) dispone di un procedimento disciplinare, che può dare adito al licenziamento
dell’insegnante.

I mass-media non sempre raccontano le manifestazioni di insegnanti, personale non docente e studenti che, nelle piazze, ogni giorno lamentano e denunciano i danni di questa “buona scuola”.

La prima e più grande violenza è che la scuola non viene ascoltata.