L'eclissi della madre di Annalisa Diaz
Verso l'eclissi della madre
In un saggio pubblicato nel 1998, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, intervenendo sui problemi posti dalla cosiddetta fecondazione assistita, usarono la figura dell'eclissi per significare quanto "nel dilagare di parole e immagini nella sfera pubblica sull'origine della vita, sia oscurata la madre".
Il progresso scientifico e tecnico si è infatti inserito prepotentemente nella gestione di un processo che va dalle modalità del concepimento alle sorti dell'embrione e del feto. Il tecnico-medico ha infatti il potere di suggerire la necessità del ricorso ad un aborto terapeutico ma anche di smentire la sua decisione per sperimentare la capacità di sopravvivenza di un feto senza tener conto dell'esistenza di una madre.
Il plauso a queste "conquiste" della medicina riceve un'amplificazione mediatica con giudizi positivi entusiastici che trasformano la sperimentazione nel riscatto di un atto mortifero, del quale si arriva a richiedere una moratoria, consumato su un essere indifeso titolare del suo diritto alla vita.
Il grande senso etico di chi si adopera per "salvare un essere umano" viene contrapposto alla "incoscienza omicida" di donne delle quali si può anche ignorare il diritto all'ultima parola previsto dalla legge.
Fatta salva la libertà di opinione di chi si dichiara difensore della vita (di chi?), mi aspetterei che le argomentazioni fossero sussurrate e non urlate, per il rispetto che un'esperienza come quella di un'interruzione di gravidanza dovrebbe esigere.
Sappiamo che tra vita del feto e vita della madre, esiste una tensione, psicologica e morale, che può a volte diventare conflitto e che quando ciò avviene, per tante possibili ragioni, che non sono solo economiche o sociali, una donna può sentire impossibile la prosecuzione della gravidanza. Molto difficilmente, molto raramente, queste ragioni sono futili, per un semplice motivo, che per qualsiasi donna l’aborto è anche, in modo conscio o talvolta inconscio, un gesto autodistruttivo.
Personalmente ho sempre sostenuto che l'aborto non sia un diritto, né una questione puramente sanitaria o un intervento chirurgico come tanti altri, ma credo anche che nessuno possa assumersi al posto della donna la responsabilità morale di una scelta che non può essere sequestrata da nessuno, né Stato, né Chiesa, né società.
Per questi motivi è con profondo sgomento e tristezza che assisto all'incapacità dei nuovi "curator ventri" di fare un passo indietro, evitando di nascondersi dietro le loro certezze scientifiche, etiche o religiose perché anche loro, ancora per fortuna, sono nati da una donna.
Voglio segnalare a chi volesse uscire dalle "grida" un'interessante raccolta di argomenti nei siti www.libreriadelledonne.it e www.donnealtri.it
in Nuova Sardegna, 10 febbraio 2008
